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Soli siamo quando non raccontiamo
a costui o a colei ciò che ci vomita dentro.
Si alzassero mille gabbiani in volo,
io solo uno vedetti per raccontare,
sentii per capire,
ma non ebbi il coraggio di parlare.
La me stessa solitudine
m’accecata senza farmi assaggiare il condiviso, distopico,
anche lui solo vegliativo.
Io voglio fare solo il mio dolore,
costruire la base del mio vortice,
giacché tu, amico mio,
non hai bisogno di sentire per volermi bene.
Sposa il mio dolore.
Soli forse perché fummo stati abbandonati dal grembo della madre,
buttati nell’urlo isterico del mondo.
Io voglio esser solo per non dividere il mio dolore,
giacché tu, amico mio,
vuoi capire il mio dolore senza vederne il vero colore.
Come se la solitudine fosse una nemica,
ma è la perla bianca, splendida,
che più a volte ti porta la riva.
Ti serve, amico mio, imparare a navigare nel tuo vero io,
giacché da solo voglio stare
dentro al mio dolore che solo mio, fortunatamente, rimane.